COMUNICATO GRUPPO ALPHA SUI FATTI ACCADUTI STAMATTINA IN UNIVERSITÀ STATALE

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BASTA MENZOGNE, BASTA FINTI DEMOCRATICI

Il Fronte Universitario e Gruppo Alpha vogliono rendere nota la vile aggressione subita da un proprio militante ad opera dei soliti autoproclamati difensori della democrazia a cui non è piaciuta la nostra manifestazione in difesa del Ricordo dei martiri delle Foibe, dopo che l’Ateneo aveva deciso di non concederci l’aula. Forti di questo fatto e dell’impunità garantita dall’Ateneo, tali soggetti si sono sentiti in diritto di aggredire sia verbalmente che fisicamente un nostro militante. Diciamo basta alle menzogne di gente che predica contro la violenza, inneggiando alla libertà, ed è poi la prima a negare NEI FATTI ciò per cui dice di battersi. Il nostro ragazzo vigliaccamente aggredito da circa una ventina di facinorosi era a studiare nella biblioteca della sede di via Festa del perdono, come qualsiasi studente universitario. Lui però ha un’idea politica diversa dalla loro e questo basta per scatenare un’aggressione. L’accaduto si è svolto davanti alla sala “Crociera”: l’aggredito è stato dapprima insultato e fatto oggetto di spunti; poi si è passati alle maniere forti con pugni e calci.

Il nostro ragazzo è stato soccorso dal personale dell’Ateneo ed è dovuta intervenire la polizia per sedare gli animi.
I nostri militanti e alcuni ragazzi che erano a lavorare in zona si sono recati in Università dopo che il nostro studente ha chiamato per comunicarci che era costretto a rimanere dentro la biblioteca, per permettergli di uscire dall’Ateneo.i sono stati dei confronti verbali tra noi e gli aggressori, ma non c’è stata nessuna caccia all’uomo se non quella subita questa mattina davanti alla biblioteca.

Siamo venuti a conoscenza del fatto che, come al solito, questi gruppuscoli cercano di mistificare la realtà, attribuendoci dei fatti da noi mai commessi. Siamo esterefatti e chiediamo una presa di posizione pubblica, chiara e netta da parte del Rettore e delle istituzioni accademiche.

Non è tollerabile questo clima di totale impunità.

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UniMI: la lingua si insegna… o si taglia?

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Questa mattina, nonostante i tentativi di boicottaggio da parte dell’Ateneo, i militanti di Gruppo Alpha
e Fronte Universitario hanno volantinato nella facoltà di lingue dell’Università‬ degli Studi di Milano‬ per la questione dei lettori di scambio. Molti studenti e lettori ci hanno raccontato le loro esperienze e le difficoltà che devono affrontare ormai da mesi e per questo continueremo a batterci nel consiglio di dipartimento e tra gli studenti per avere delle risposte e delle soluzioni concrete!

È solo l’inizio, restate connessi!

LA CA’ GRANDA

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Da Francesco Sforza all’Università degli Studi di Milano

Camminare sui sentieri della Storia senza saperlo: così potremmo descrivere il fatto che quotidianamente l’edificio storico della nostra Università viene frequentato da migliaia di persone (studenti, professori e non solo) che però non sono coscienti di trovarsi in uno dei luoghi secolari più caratteristici della storia e della cultura della nostra Milano. Gruppo Alpha, nella prospettiva della valorizzazione dell’identità nazionale e locale come fondamento dell’esistenza di una comunità, ha deciso di far conoscere agli studenti la storia della Ca’ Granda, quello che oggi è l’edificio di via Festa del Perdono, cuore pulsante del nostro Ateneo. Così oggi uno studente che si troverà di fronte quest’imponente edificio potrà leggervi un libro di Storia che va dal Duca Francesco Sforza ai giorni nostri, dal progetto del Filarete fino ai restauri successivi ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, dalla Ca’ Granda come sede dell’Ospedale Maggiore concepito nel segno della solidarietà che caratterizza la mentalità meneghina e lombarda fino a quando nel secondo dopoguerra via Festa del Perdono è diventata uno dei centri universitari più importanti d’Italia e non solo.

La Milano tardomedievale

L’Ospedale Maggiore, affettuosamente chiamato Ca’ Granda dai milanesi, è una struttura la cui costruzione iniziò in epoca tardomedievale. Nella seconda metà del Quattrocento, mentre nell’Italia centrale si era già affermato lo stile rinascimentale, Milano rimaneva ancorata ad uno stile gotico.
Commissionata dal Duca di Milano Francesco Sforza nel 1456, che la volle “apud omnes partis orbis terrarum stupendum”, la Ca’ Granda rappresenta le espressioni artistiche e architettoniche di cinquecento anni. Infatti accanto ad un nucleo iniziale realizzato con gli stilemi tipici dell’arte lombarda, si affianca un edificio neoclassico separato dal primo da un portone in pieno carattere barocco.

Lo Sforza commissionò l’operazione all’architetto fiorentino Antonio Di Pietro Averlino (1400-1469), detto Filarete. Chiamato nel 1460 dal Duca di Milano per educare il figlio Galeazzo Maria Sforza, nel 1464 scrisse il “Trattato di architettura”, nel quale progettò la costruzione di Sforzinda, città utopica pensata in omaggio alla famiglia Sforza.

 

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Illustrazione 1: Pianta di Sforzinda

È proprio nel progetto di Sforzinda che rientra la costruzione dell’Ospedale Maggiore, definito ne “Le Vite” del Vasari “[…]luogo tanto ben fatto et ordinato che per simile non credo ne sia un altro in tutta Europa”.
Dopo la caduta della Repubblica Ambrosiana nel 1455, il Duca, attivando i lavori della Fabbrica del Duomo e fondando un grande ospedale destinato ai poveri, volle mostrare la sua gratitudine verso Dio. In questo periodo a Milano esistevano ben nove ospedali. Nel 1448 l’Arcivescovo Enrico II Rampini ottenne dal Papa Nicolò V l’unificazione amministrativa delle nove strutture. Tuttavia, ciò non era sufficiente per ovviare alle difficoltà economiche della gestione delle numerose strutture sparse sul territorio cittadino, facendo nascere così l’esigenza di un’unificazione non solo amministrativa ma anche strutturale, autorizzata dal nuovo Papa Pio II il 9 dicembre 1458. Per questo motivo, Francesco Sforza e la moglie Bianca Maria Visconti decisero di donare alla città un terreno di loro proprietà collocato tra le chiese di San Nazaro e di Santo Stefano. Il 12 aprile 1456 venne posta la prima pietra del nuovo grandioso edificio, dedicato all’Annunciazione della Vergine Maria e gli fu dato come stemma una colomba bianca, reggente un cartiglio con la scritta “A bon droit”, già motto visconteo.

Nei secoli successivi, l’Ospedale fu sostenuto economicamente anche grazie alle donazioni versate dai cittadini durante la Festa del Perdono: un giubileo speciale che Milano festeggiava il 25 marzo di ogni anno dispari.

La costruzione e l’evoluzione nei secoli della Ca’ Granda

Il Duca, dopo aver affidato il progetto al Filarete, si discostò dallo stile toscano dell’architetto fiorentino, preferendo improntare la costruzione su modelli del Nord Europa, più affini alla mentalità lombarda. Del Filarete rimase il progetto di un edificio modulare fondato su quadrato, schema tipicamente rinascimentale, in piena rottura con le “barbare” forme dell’arte gotica. Le forme del quadrato e del cerchio erano considerate da Vitruvio (80 a.C.-15 a.C.) come rappresentanti la perfezione, nelle quali poteva essere inscritta la figura umana perfetta, concetto poi ripreso da Leon Battista Alberti, Leonardo (si veda, ad esempio, il suo Uomo Vitruviano) e dall’Umanesimo tutto. In piena armonia con il periodo, la planimetria di Sforzinda e la pianta dell’ospedale sono anch’esse inscrivibili in un cerchio.

L’Ospedale Maggiore consisteva in un’imponente costruzione quadrangolare con porticato perimetrale al quale si accedeva dall’odierno largo Richini, salendo una gradinata. [Illustrazione 2]

Le pareti del portico erano affrescate dal pittore bresciano Vincenzo Foppa e, all’ingresso della Crociera, spiccava la lunetta dell’Annunciazione di Cristoforo Luoni. I materiali e le forme scelte erano prettamente lombarde. Venivano utilizzati il mattone, la terracotta, la pietra, il laterizio a discapito del marmo, poco utilizzato in quanto le cave più vicine (quelle del lago di Como, della Bergamasca, del Novarese) erano di esclusiva proprietà della Fabbrica del Duomo.

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Illustrazione 2: Planimetria attuale


La Crociera [Illustrazione 3] si divideva in quattro corsie. Una corsia, detta “delle donne” e dedicata a Bianca Maria Visconti, era riservata alle pazienti di sesso femminile e rivolta verso San Nazaro. Le altre tre erano riservate ai maschi e chiamate: “degli scalini”, a cui si accedeva dalla gradinata d’ingresso; “del fosso”, che proseguiva oltre l’altare centrale, in direzione del Naviglio e “del prato”, ortogonale alle due precedenti.

I bracci della Crociera erano tutti dotati di «acquaioli» (lavandini in pietra), corredati da bacili e secchielli in metallo. Da subito provvista di fogne, la Crociera era attrezzata con gabinetti, detti «necessaria» o «destri».

Il riscaldamento era assicurato da tre enormi camini. Accanto a ogni letto, si trovava una finestrella in muratura con funzioni di armadietto e dotata di un piccolo sportello di legno a ribalta, che fungeva da tavolino.

Al momento del ricovero, i malati venivano spogliati, lavati e pettinati. I letti, provvisti di materassi di piume e riscaldati durante la stagione invernale, venivano rifatti due volte al giorno, al pari della pulizia dei pavimenti e dell’arieggiamento dei locali. Già negli anni Novanta del Quattrocento, l’Ospedale Maggiore ospitava 1600 persone, tra degenti e personale. A testimonianza della qualità del servizio ospedaliero fornito, dell’attenzione alla dignità della persona e dello spirito di solidarietà che incarnava l’Ospedale Maggiore, ai bambini abbandonati qui accolti veniva attribuito oltre al nome anche un cognome, “Colombo”, onde evitare discriminazione sociali nei loro confronti legate agli “oscuri natali”. Pensando alla diffusione ancora attuale del cognome Colombo a Milano, si può immagina quanto sia stato importante l’Ospedale Maggiore per la città.

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Illustrazione 3: La Crociera. Archivio Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore


Il Porticato dell’Infermeria [Illustrazione 4] fu ideato nel 1456 dal Filarete che scelse sculture di marmo, pietra e terracotta, venne costruito tra il 1458 e il 1462 da maestranze lombarde. Presenta ventinove arcate in cotto a tutto sesto e nell’intradosso degli archi sono emersi lacerti di decorazioni affrescate a rombi e a tondi. A detta del Filarete, cui probabilmente si deve il tondo in altorilievo in marmo di Carrara con il ritratto del duca Francesco Sforza, nel porticato Vincenzo Foppa avrebbe affrescato la scena della posa della prima pietra, mentre l’umanista Filelfo e il cortigiano Tommaso da Rieti sarebbero gli autori degli epigrammi che decorano ancora oggi gli ingressi alla Crociera. Il piano superiore è opera del lombardo Boniforte Solari (1429 circa-1481 circa), già ingegnere della Fabbrica del Duomo, mentre il fratello Francesco (1420 circa-1469) fornì diciotto balconi finemente decorati (1467). Nel 1597, tutto il portico in facciata venne sbarrato da cancellate in ferro, che diedero al corridoio l’attributo di “Portico delle inferriate”. Nel 1648, la scalinata centrale fu sostituita con due rampe laterali, smantellate poi completamente a fine secolo, quando l’accesso all’infermeria venne assicurato dal Cortile d’onore (1686).

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Illustrazione 4: Il Porticato dell'Infermeria


Il Cortile della Farmacia [Illustrazione 5] fu progettato dal Filarete e portato a compimento da Francesco Solari. Il Cortile presenta eleganti decorazioni delle quali rimangono tracce di graffiti e riquadri, riproducenti vasi con anse a forma di serpenti e uccelli posati sui bordi, eleganza dovuta all’iniziale destinazione del cortile a ospitare gli uffici amministrativi dell’ospedale. Tuttavia nel 1470 nel Cortile venne ubicato un laboratorio farmaceutico.

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Illustrazione 5: Il laboratorio farmaceutico nel 1881. Archivio Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico

Il Cortile dei Bagni [Illustrazione 6] fu progettato dal Filarete e completato da Boniforte Solari. Inizialmente fu deputato alla degenza dei nobili ricoverati a pagamento e per questo venne denominato “Cortiletto dei gentili uomini”. Successivamente, la parte verso la chiesa di San Nazaro, assunse il nome di “Cortiletto separato delle donne”, in quanto riservato alle partorienti. Data la sua posizione isolata, l’area verso il porticato, fu invece destinata ai malati di scabbia e ai “deliranti” di ambo i sessi. Ad inizio Seicento divenne invece il “Cortile per la servitù”, adibito a infermieri ed inservienti, mentre all’inizio dell’Ottocento fu trasformato in un complesso di bagni, con vasche separate per uomini e donne.

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Illustrazione 6: Il Cortile dei Bagni


Il Sepolcreto, [illustrazione 7] area destinata al servizio mortuario dell’Ospedale Maggiore, assunse dimensioni sempre più estese, dato che i morti all’interno dell’ospedale non erano ammessi nei cimiteri delle parrocchie cittadine. A favore dei defunti della Ca’ Granda, ed in perpetuo, il Duca Francesco ottenne da Papa Pio II che godessero di particolari indulgenze e ciò rappresentò per l’Ospedale un vantaggio non indifferente sulla concorrenza. Il 7 maggio 1473 il Capitolo della Ca’ Granda deliberò di adibire sul versante nord ovest dell’attuale Cortile d’Onore uno spazio destinato alla sepoltura dei degenti poveri deceduti in ospedale: le loro ossa venivano depositate del primitivo Sepolcreto, sottostante la cappella stessa. Nel Cinquecento, in conseguenza all’aumento dei defunti, l’area privata all’interno del recinto ospedaliero fu adibita per una parte a foppone (fossa in dialetto milanese) dove venivano inumati i cadaveri. A partire dall’ultimo decennio del XVII secolo si diede avvio alla costruzione di un cimitero fuori dalle mura cittadine, ma il Sepolcreto non venne mai completamente svuotato.

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Illustrazione 7: Legnaia


Il Cortile della Legnaia, [Illustrazione 8] gemello del Cortile della Ghiacciaia, fu realizzato da maestranze lombarde su progetto del Filarete. Inizialmente fu denominato “Cortile delle donne”, in quanto destinato alle degenti. Soltanto a partire dalla seconda metà del XVIII secolo si hanno riferimenti ad una legnaia, situata nel perimetro del cortile e mantenuta fino al 1943.

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Illustrazione 8: Il Cortile della Legnaia


Il Cortile delle Balie [Illustrazione 9] fa parte dei quattro cortili realizzati, tra il Settecento e l’Ottocento, grazie al cospicuo lascito del commerciante Pietro Carcano dopo la morte, su commissione del notaio Giuseppe Macchi. A differenza degli altri tre cortili, il Cortile delle Balie è l’unico a non discostarsi dallo stile filaretiano. Chiamato Quarto delle Balie fu destinato alle nutrici impegnate all’allattamento degli infanti, proprio perché in zona separata e protetta dall’edificio, assicurava loro discrezione. L’ampliamento della struttura, in continuità con la plurisecolare attenzione all’infanzia abbandonata, permise all’ospedale di provvedere all’accoglienza, alla cura e alla successiva adozione dei bambini accolti. All’interno dell’Ospedale, venne fondata nel 1767 da Bernadino Moscati la Scuola di Ostetricia, destinata non solo alla formazione dei chirurghi ma anche alle ragazze madri. Questa innovazione si inserisce nel contesto del riformismo illuminato austriaco. La Ca’ Granda, in una Milano sempre più sensibile alla scienza e alla tecnica, divenne un ospedale di insegnamento e perfezionamento. Significativo fu il periodo delle Cinque Giornate (18-22 marzo 1848) quando medici, infermieri e personale ospedaliero ebbero un ruolo di rilievo sia prestando soccorso ai feriti di entrambi gli schieramenti sia imbracciando le armi per liberare la Lombardia dal giogo asburgico.

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Illustrazione 9: Il Cortile delle Balie. Archivio IRCSS Fondazione Ca' Granda Ospedale Maggiore

Sempre grazie al lascito Carcano, si diede in carico al famoso architetto Francesco Maria Richini di ampliare l’Ospedale, attenendosi al progetto del Filarete. A questa fase costruttiva si devono l’erezione del cortile centrale quadrato, il Cortile d’Onore detto appunto “del Richini” [Figura 10], la chiesa dell’Annunciata sul fondo del cortile medesimo ed il portale di accesso principale. Sia la decorazione del Fronte su via Festa del Perdono sia quella del Cortile d’Onore riprendono i decori rinascimentali eseguiti oltre un secolo prima dall’Amadeo e dal Solari. Nel 1639 viene posta sull’altare della chiesa la pala del Guercino con l’Annunciazione, ancora oggi lì presente. Per tutto il secolo successivo continua l’edificazione delle crociere dell’ala nord, verso l’antico laghetto di Santo Stefano, un tempo utilizzato per lo scarico del marmo ad uso della fabbrica del Duomo, e poi divenuto proprietà dell’ospedale stesso, fino al suo interramento nel 1857.

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Illustrazione 10: Il Cortile dell'Onore


L’ala a sinistra dell’edificio è la più recente. Costruita alla fine del XVIII secolo, grazie al lascito del notaio Macchi e sotto la direzione di Pietro Castelli, fu completata nel 1805. La struttura continuò a svolgere la funzione ospedaliera fino al 1939, quando i degenti vennero trasferiti nella nuova sede di Niguarda.

 

I bombardamenti e il successivo restauro

Durante la Seconda Guerra Mondiale, tra il 13 e il 16 agosto 1943, la struttura fu danneggiata dai bombardamenti angloamericani, che causarono il crollo di una parte della facciata che dà su via Festa del Perdono, la distruzione del Cortile d’Onore, con la conseguente perdita dei portici, ed i chiostri laterali furono seriamente danneggiati. [Figura 11]

Il restauro si deve ad un grande architetto milanese, Liliana Grassi (1923-1985).

La prima fase dei lavori riguardò la risistemazione dell’ala ottocentesca, destinata alla didattica. Successiva, e più impegnativa, fu la ricomposizione per anastilosi del Cortile d’Onore, terminata nel 1958 in occasione dell’inaugurazione della nuova sede dell’Università degli Studi.

Negli anni Sessanta iniziò poi la fase delicata del restauro dell’ala quattrocentesca e, in particolare, dei quattro chiostri. Il lavoro di recupero e di ristrutturazione, parallelo alla costruzione ex novo di alcune sezioni, riuscì a ricostruire il tutto mantenendo fede al progetto originario, sia quanto all’assetto architettonico, sia soprattutto al repertorio iconografico e scultoreo. Il 31 ottobre del 1984, gli interventi diretti da Grassi culminarono nella consegna della Crociera all’Università.

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Illustrazione 11: Il Cortile dell'Onore dopo i bombardamenti del 1943

La Ca’ Granda oggi: l’Università degli Studi di Milano [Illustrazione 12]

Nel settembre del 1923 la riforma dell’allora ministro Giovanni Gentile aprì la strada alla nascita di un polo universitario a Milano. Inizialmente ubicata nella zona di Città Studi, la realtà universitaria milanese (ormai decisa ad assumere un assetto proprio e indipendente rispetto alla più antica Università di Pavia) si mostrò più complessa rispetto ai progetti iniziali: categorica fu l’esigenza di una sede ben più idonea ad ospitare una realtà accademica destinata a diventare una delle più rilevanti a livello nazionale e internazionale. Il 28 agosto 1924, presso la Prefettura, venne firmata la convenzione con cui si sancì la nascita dell’Università degli Studi di Milano, “completa” delle Facoltà di Giurisprudenza, Lettere e Filosofia, Medicina e Chirurgia, Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali, così come Luigi Mangiagalli, primo rettore dell’Ateneo, l’aveva voluta.

Nel 1958 avvenne il trasferimento nell’edificio della Ca’ Granda del rettorato e di tutto il settore didattico delle Facoltà di Lettere e Filosofia e Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano.

Oggi la Ca’ Granda è la sede principale dell’Ateneo meneghino, dotato di un vastissimo patrimonio librario composto di 1.200.000 libri e di una biblioteca digitale che raccoglie 155 banche dati e numerose annate di 8.300 testate. La Statale possiede inoltre uno dei maggiori patrimoni librari della Regione, di cui fa parte anche APICE (acronimo per “Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale”), con sede in Via Noto, che dal 2002 raccoglie e valorizza i fondi librari e archivistici di particolare pregio e rarità che documentano la storia e i mestieri legati alla carta stampata e all’editoria.

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Illustrazione 12: L'odierna facciata di via Festa del Perdono





Bibliografia:

Romussi Carlo, Milano nei suoi monumenti, Milano, Libreria Editrice G. Brigola 1875

Grassi Liliana, La Ca’ Granda. Storia e restauro, Milano, Università degli Studi di Milano, 1958

 

Sitografia:

www.lastatale90.it

www.unimi.it

www.policlinico.mi.it

www.assfrancescosforza.it

“La memoria storica delle foibe e dell’esodo degli italiani di Istria, Fiume e della Dalmazia”

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Pubblichiamo foto e resoconto della conferenza tenuta dagli amici di Fronte Universitario mercoledì 18 febbraio presso l’Università degli Studi di Milano.

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“In concomitanza con le celebrazioni del Giorno del Ricordo, mercoledì 18 febbraio 2015 presso l’Aula Magna della sede di Via Noto dell’Università degli Studi di Milano si è tenuta la conferenza La memoria storica delle foibe e dell’esodo degli italiani di Istria, Fiume e della Dalmazia, organizzata dall’Associazione Studentesca Fronte Universitario in collaborazione con l’Associazione A.D.ES.

L’evento è stato ancora più importante, visti i tentativi che vi sono stati da parte dei “soliti noti” di impedirlo, con tanto di richiesta di revoca dello spazio assegnato dalle istituzioni universitarie ad un gruppo (qual è Fronte Universitario) rappresentato negli organi universitari e per un’iniziativa realizzata nell’ambito di una memoria storica che ha trovato riconoscimento legislativo nella legge 92/2004. Evidentemente – considerazione ironica ma veritiera – quando si parla di foibe ed esodo i vari “Je suis Charlie” nostrani sono in vacanza o peggio ancora sul pulpito di coloro che tentano le censura. Nonostante i tentativi meschini di censurare la verità storica, questi personaggi non sono riusciti a impedire di celebrare il Giorno del Ricordo nella nostra Università. Questa è solo una delle tante iniziative che andremo a proporre per sensibilizzare gli studenti verso tematiche per troppo tempo dimenticate o volutamente mal interpretate.

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A introdurre l’incontro Daniele Ponessa, presidente della delegazione di Monza e Brianza dell’A.D.ES, il quale ha voluto sottolineare come oggi, grazie all’istituzione del Giorno del Ricordo, gli studenti possono conoscere le vicende delle popolazioni italiane del confine orientale vittime della pulizia etnica perpetrata dai partigiani comunisti del Maresciallo Tito. Tuttavia non bisogna abbassare la guardia contro tentativi di negare la Storia, spesso provenienti anche dalle stesse istituzioni.

Primo ospite ad intervenire è la Dott.ssa Chiara Telmon, laureata in storia e collaboratrice storica dell’Associazione A.D.ES, nonché consigliere nel Dipartimento di Studi Storici dell’Università Statale. Viene riconosciuto il grande traguardo raggiunto dai ragazzi di Fronte Universitario che, nonostante le polemiche, sono riusciti a portare una conferenza su un tema così delicato nel nostro ateneo. In virtù dei recenti avvenimenti che si sono svolti nelle maggiori aule politiche milanesi, dove alcuni individui si sono resi protagonisti di atti irrispettosi nei confronti delle celebrazioni del Giorno del Ricordo, il suo intervento ha voluto rimarcare come oggi si renda sempre più delicato il compito dello storico, che non è quello di giudicare ma di analizzare gli eventi. E alla domanda “Perché occuparsi ancora di questi temi e non guardare avanti?” può seguire un’unica risposta: non si può guardare avanti senza basarsi su solide radici.

La parola passa poi a Tito Lucilio Sidari, , dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Milano e vice-sindaco del Libero Comune di Pola in esilio, il quale ha effettuato un excursus storico delle terre del confine orientale. Partendo dalla conquista romana del 170 a.C. fino all’annessione alla Jugoslavia, passando per il periodo della Repubblica di Venezia e quello Asburgico, si è soffermato in particolare sul periodo che va dall’annessione all’Italia dopo la Vittoria fino ai tragici eventi della seconda guerra mondiale e quindi delle foibe e dell’esodo.

Mario Viscovi ha invece portato la sua testimonianza di esule, regalandoci filmati di altre testimonianze e lanciando un messaggio di dialogo tra i popoli che però non può prescindere dalla consapevolezza delle vicende storiche e delle proprie radici.
Il dialogo fra le due sponde è sempre esistito e adesso sta rifiorendo. Deve sempre continuare così perché, come dicono molti sopravvissuti, si può “perdonare, ma non dimenticare”. È necessario conoscere la storia, usandola per guardare avanti, al futuro, perché la memoria possa servire da lezione. Il patriottismo è una virtù che va coltivata ma non deve sfociare in fanatismo perché da esso di genera l’ideologia, che porta inarrestabilmente alla deflagrazione: quello che è successo in Istria, dove oggi si assiste all’ossimoro del “comunismo nazionalista”.

La giornata di oggi, ancora una volta, ha segnato una vittoria della verità storica contro ogni tentativo di censura da parte dei “guardiani” del pensiero unico. Un successo che ci sprona a continuare sulla strada intrapresa in questi anni, quella del Ricordo: un atto di verità verso coloro che ci hanno preceduto e che hanno dovuto subire un oblio forzato per più di mezzo secolo, e un atto di giustizia per le giovani generazioni, che devono trovare nella memoria della storia patria le basi dell’Italia del domani. Perché un popolo che non abbia coscienza della propria Storia è destinato a non avere futuro.”

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1914 – 2014: CENTO ANNI DI INUTILI STRAGI?

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Coscienti del fondamentale ruolo di un’analisi storica scevra da ogni retorica per la comprensione degli eventi odierni, abbiamo presenziato giovedì 13 novembre al convegno “1914-2014: Cento anni di inutili stragi?”, organizzato a Firenze da “Progetto Firenze Dinamo” con il patrocinio di Regione Toscana e Provincia di Firenze.

Nell’introdurre l’incontro, Il Prof. Domenico Del Nero si è soffermato sulla rilevanza del compito affidato alle nuove generazioni: riscoprire le proprie radici al fine di ricreare le basi di una comunità fondata su principi indissolubili che, benché oggi lesa da individualismo e materialismo di stampo consumista, è uno strumento indispensabile per affrontare sul piano sociale e culturale le problematiche del domani.

È successivamente intervenuto lo storico Franco Cardini, già autore, tra gli altri, del libro “La Paura e l’arroganza” che offre spunti per una riflessione a trecentosessanta gradi sulla delicata situazione internazionale contemporanea.

10731076_601635026630193_1278294351811913925_nIl Prof. Cardini ha voluto mettere in luce l’importanza dell’affermarsi, con la Rivoluzione Francese, di logiche di “guerra totale” ed imperialismo, portate avanti tutt’oggi su scala globale, per mezzo di politiche figlie dell’unipolarismo statunitense, livellatrici ed incuranti del diritto di ogni popolo all’autodeterminazione, messe in atto da un occidente nel quale l’Europa risulta soggetto passivo o tutt’al più assente.

In quest’ottica il secondo conflitto mondiale appare come inevitabile conseguenza del primo, funzionale al determinarsi di un’egemonia da parte di organismi finanziari sugli stati, e soprattutto, mai realmente concluso.

La predominanza dell’economia sulla politica viene letta quindi, non solo come lesiva della sovranità nazionale e responsabile di una vera e propria inversione di valori, bensì come una minaccia al concetto stesso di vita umana, che oggi si vorrebbe ridurre a puro meccanicismo, connotata da sempre in Europa invece, da una visione di tipo comunitario, ereditata dalla tradizione romana e cristiana.

La trattazione è stata poi estesa ai recenti conflitti in medio oriente ed al conseguente insorgere di regimi ed estremismi che appaiono però, in questo quadro, come una reazione all’indifferenza. La nostra partecipazione a tale convegno è stata non solo un’opportunità per approfondire le ragioni storiche di problematiche odierne, grazie all’autorevole contributo degli esperti intervenuti, ma anche un’occasione per affrontare tematiche coerenti con la nostra attività culturale.

Infatti, ci siamo spesso chiesti che senso possa avere oggi commemorare il centenario della Grande Guerra.
Per collegarci al titolo della conferenza, “inutile strage” fu definita dai pacifisti di allora, come da quelli che oggi, dagli scranni istituzionali, sono deputati a celebrarne la ricorrenza, per condannare il nazionalismo che a loro dire sarebbe la sorgente di ogni male.
“Finis Europae” per chi invece vuole ricordare come dalla Grande Guerra l’Europa uscì effettivamente sconfitta nella sua totalità: crollarono gli Imperi Centrali, si spianò la strada per la rivoluzione russa, si sancì l’ormai definitiva perdita d’indipendenza dell’Europa che vide per la prima volta nella sua storia l’intervento degli Stati Uniti in un conflitto esclusivamente interno al Vecchio Continente.
“Vittoria Mutilata” per i nazionalisti come Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti, che lamentavano la mancata ricompensa all’Italia di tutti i territori irredenti.
Potremmo aggiungere altre definizioni, ma questo quadro è sufficiente per capire quante possano essere le critiche che in sede storiografica potrebbero indurci a pensare che cosa avremmo da “festeggiare” in una Nazione che ha addirittura degradato proprio la ricorrenza del Quattro Novembre da celebrazione della Vittoria ad anodina Festa delle Forze Armate, cancellandola dal novero delle feste nazionali.
Se ne potrebbe discutere all’infinito, ma non è su quello che vorremo concentrare la nostra attenzione.

Da un punto di vista dello stile, dell’atteggiamento interiore, del modo di approcciare la vita, che è quello che più prema ad una organizzazione come Alpha, bisogna ricordare ciò che di quella esperienza è sicuramente degno di una celebrazione indiscussa: lo spirito della trincea e di coloro che la vissero.
Sì, perché fu proprio l’esperienza dei “Ragazzi del ’99” che partirono per il fronte imbracciando le armi a creare un’unità del popolo italiano, che oltre ogni divisione di fazione e di classe seppe unirsi sotto l’insegna della Patria , per quanto questa esperienza non fu totale, ovvero non coinvolse tutti coloro che in Italia vivevano.

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Fu l’esperienza della trincea a creare una vera e propria aristocrazia di italiani nuovi che dopo essere tornanti dal fronte si ribellarono a quell’Italia rinunciataria e in svendita allo straniero per creare una generazione di italiani che nel solco dell’esperienza della trincea e nel ricordo del sacrificio dei loro fratelli morti sul fronte diedero vita ad esperienze rivoluzionarie.

Perché per loro, prima ancora che una rivoluzione della propria coscienza politica contrassegnata dall’abbracciare il nazionalismo e dall’abbandono dei vecchi miti liberali e marxisti, l’esperienza della Grande Guerra fu una rivoluzione antropologica. Dalla trincea non uscirono “politici” nuovi, ma uomini nuovi, che sposarono il senso del sacrificio, del cameratismo, della fedeltà e che una volta tornati dal fronte sentivano il bisogno di creare una nuova Italia che si fondasse su quei valori e che diedero vita alla rivoluzione nazionale.

La Grande Guerra forgiò un Uomo Nuovo, che sfuggi alle granate e non venne distrutto dalla guerra che divenne per lui un esperienza formativa. Questo nuovo tipo d’uomo seppe far vincere la vera Italia sia sull”italia borghese e rinunciataria di Giolitti, sia sull’Italia rinnegata infatuata dal “Sol dell’avvenire” che sembrava sorgere a Mosca.

E’ questo il motivo per cui oggi ha senso celebrare la Grande Guerra : fu l’Uomo Nuovo cresciuto nella trincea a rendere vittoriosa l’Italia di Vittorio Veneto. E fu l’Uomo Nuovo tornato dalla trincea che seppe far rinascere lo Spirito di Roma nell’Italia del primo dopoguerra.

L’Italia, l’Europa e il declino dell’impero americano: analisi e prospettive

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Riflessioni a margine del convegno “Obama: una presidenza esitante” del Prof. Alessandro Colombo e Sergio Romano

 

In continuità con gli argomementi trattati durante il convegno “Il Mondo verso il futuro multipolare” dello scorso anno, abbiamo deciso – nella prospettiva di un approfondimento – di seguire le iniziative che in ambito accademico affrontano i temi della politica internazionale e dei suoi risvolti sulla situazione italiana ed europea.
La ragione di questo interesse verso la politica internazionale risiede nel fatto che nella società globalizzata essa influisce sulle politiche interne degli Stati molto più di quanto di possa pensare. Pensiamo ad esempio alla discussione che si è creata intorno alle sanzioni comminate dall’UE alla Federazione Russa a seguito della crisi ucraina, che stanno colpendo duramente interi settori dell’economia europea (come l’agricoltura e il settore energetico) da sempre prosperi proprio grazie al mercato con la Russia.

Abbiamo così presenziato nella giornata di giovedì 2 ottobre al convegno “Obama: una presidenza esitante” organizzato da “Osservatorio sul mondo : Centro per gli studi di politica estera e di opinione pubblica” (www.osservatoriosulmondo.com), incentrato sul ruolo degli Stati Uniti nella politica internazionale come chiave di lettura degli eventi recenti (dalla questione medio orientale alla situazione europea, alla crisi con la Russia).
A parlarne, l’esperto di geopolitica Alessandro Colombo, docente presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano, e Sergio Romano, già ambasciatore italiano, nota firma del Corriere della Sera e autore del libro “Il rischio americano” del 2003 e “Il delcino dell’impero americano” uscito nelle librerie nell’aprile di quest’anno.

Introducendo l’incontro, il Prof. Alessandro Colombo ha messo in luce la coincidenza (non solo cronologica) tra la presidenza Obama e la fase discendente dell’egemonia americana che incontra i suoi primi ostacoli (Russia, Cina e tutti i così detti “paesi emergenti”) senza avere la forza (militare, economica e politica) di affrontarli. Pur senza un cambiamento dell’obiettivo (quello dell’egemonia planetaria), la differenza più evidente rispetto all’amministrazione Bush la si è riscontrata nell’ambito della strategia militare : l’abbandono dell’impiego di truppe di terra (in favore dell’utilizzo di droni e del ricorso a bombardamenti aerei) ha reso necessaria la collaborazione con le milizie locali (il caso degli islamisti in Siria, in Libia e in Medio Oriente è emblematico) con tutte le conseguenze che ciò ha comportato in termini di rischio nel raggiungimento dell’obiettivo dal punto di vista americano (e di destabilizzazione delle regioni in questione dal punto di vista degli altri soggetti della politica internazionale). Strategia messa a puno dall’Amministrazione Obama nel documento National Sicurity Strategy, mirante a ridurre l’impiego di risorse nelle missioni militari in favore di un utilizzo sul piano interno, ideata per non impaurire l’opinione pubblica americana sempre più insofferente a nuove guerre (con il fantasma del Vietnam sempre ricorrente) ma che ha comunque segnato un fallimento. E’ stato sottolineato che le cause di questo fallimento sono certamente più complesse rispetto al semplice cambio d’amministrazione (che in America – aggiungiamo noi – poco significa sulle tematiche sistemiche): infatti il mutato contesto internazionale (che vede appunto l’emersione di nuovi attori geopolitici come la Russia e la Cina) renda sicuramente più difficile una strategia diretta come fu quella dell’Amministrazione Bush.

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L’intervento di Sergio Romano ha invece voluto affrontare come la politica estera americana abbia avuto risvolti sul contesto europeo. Sembra opportuno, per inquadrare il pensiero del realatore, riportare un passo del suo libro “Il rischio americano” edito nel 2003 da Longanesi, nel quale si denunciano i rischi dell unipolarismo americano: “Nella nuova fase della politica internazionale iniziata dopo l’11 settembre, l’Europa è stata assente o insignificante. Gli Stati Uniti hanno agito da soli, con arroganza imperiale, anche perchè l’Europa non ha parlato e non ha agito con l’autorità di cui potrebbe disporre. Il rischio americano, di cui si parla in queste pagine, è soltanto un altro volto dell’impotenza europea”.
Arroganza imperiale (seppure in declino) statunitense ed insesistenza di un’unità politica europea sono temi sui quali regna la più totale disinformazione. Le recenti divisioni tra la Francia (Hollande ha ormai stabilizzato un esecutivo totalmente gradito a Bruxelles) e la Germania riguardo al parametro da rispettare per il pareggio di bilancio sono state spacciate dai media come l’inizio per un vero e proprio asse italo – francese in funzione antitedesca. In realtà la questione si rivela ben più complessa: un’eventuale rottura del’UE in funzione esclusivamente antitedesca metterebbe in discussione – secondo Romano – la sopravvivenza non solo dell’UE stessa, ma di qualunque progetto geopolitico europeo, a totale vantaggio americano. Sembrerebbe – aggiungiamo noi – che secondo quest’analisi si stia ripetendo (pur con una copertura di svariate motivazioni) il secolare scontro tra l’Europa continentale (che in questo momento è rappresentata dalla Germania) e il blocco anglosassone che da sempre è ostile a qualunque processo d’integrazione europea. La Francia e l’Italia – che hanno appena rinnovato i priopri esecutivi escludendo la sinistra massimalista e inserendo uomini graditi alla tecnocrazia europea – sembrano guardare più a questo secondo blocco, nonostante la parvenza “filotedesca”.

Per quanto riguarda il rapporto tra l’egemonia americana e l’Europa, è proprio il nuovo libro di Sergio Romano, “Il declino dell’impero americano”, sempre edito da Longanesi, a sottolineare proprio come la strategia americana del divide et impera nei confronti dell’Europa sia la migliore per garantire agli Stati Uniti il controllo del Vecchio Continente. L’Europa secondo Romano si potrà fare solo contro l’egemonia americana, che mostra le sue prime crepe. Paesi alleati degli Stati Uniti infatti compiono scelte che non sembrano più in sintonia con le pretese di Washington : pensiamo a quella che fu la politica italiana in campo energetico rivolta verso la Russia e il Mediterraneo (oggi purtroppo vanificata dalla destabilizzazione della Libia e dalle folli sanzioni contro la Russia) o alle scelte analoghe da parte dell’Ungheria di Orban, o – per uscire dall’Europa – alla linea politica sempre più autonoma che ha intrapreso il Giappone. Nessuno di questi attori ha messo ancora in discussione la sua permanenza nel blocco americano (prima di tutto per una questione di rapporto di forza) ma le loro scelte che guardano sempre meno all’Atlantico e sempre più altrove sono sicuramente un sintomo di questo declino. Scelte che comunque non mancano di scatenere le reazioni statunitensi che la cronaca internazionale ci narra recentemente (dalle campagne stampa di demonizzazione dei giornali angloamericani, al ricatto finanziario per far dimettere governi legittimamente eletti, fino a crisi pilotate come quella ucraina o le “primavere arabe”). Reazioni che però non mettono in discussione un declino ormai in atto.

La nostra partecipazione a questo convegno è stata un’occasione per approfondire – anche grazie alla voce di autorevoli esperti accademici di politica internazionale – le tematiche trattate nella nostra attività culturale, riscontrando anche il fatto che i relatori hanno affrontato molti argomenti da noi trattati nel convegno “Il mondo verso il futuro multipolare” dello scorso gennaio. In particolare l’esposizione di Sergio Romano ha senza dubbio molti punti in comune con quanto abbiamo esposto sulla necessità per l’Italia e per l’Europa d’intraprendere una politica indipendente dalla colonizzazione americana.

Intendiamo proseguire su questa strada, certi di quanto sia importante far conoscere agli studenti di oggi la verità sull’attualità dell’Italia e dell’Europa troppo spesso nascosta da una censura sistematica (nella quale la disinformazione sulla politica estera gioca un ruolo determinante) che teme il risveglio delle coscienze sul tema della Sovranità italiana ed europea.

L’ARTE DI YUKIO MISHIMA – “Voglio fare della mia vita una poesia”

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Mishima

L’arte di Mishima si è manifestata in una vastissima produzione di gesti simbolici, romanzi e racconti, una vita straordinaria all’insegna della forza da cui ognuno può trarre per realizzare il proprio destino. L’opera letteraria Mishimiana si contraddistingue nel toccare costantemente temi filosofici che riguardano l’essenza dell’uomo, corpo e spirito; facendo così conoscere al mondo gli aspetti più profondi, complessi e importanti dell’autore.

Il suo stile classico, la sua narrativa unica l’ha portato più volte a candidarsi al premio Nobel per la letteratura; è universalmente considerato il più grande scrittore di tutti i tempi del paese del sol levante. Molti dei suoi lavori sono caratterizzati da una schiacciante critica rivolta alla società moderna soprattutto mosse dalla natura delle società democratiche post belliche che al tempo iniziarono a svilupparsi. Infatti, il pensiero di quest’autore si può dividere in due rami principali ed entrambi cercano di promuovere delle critiche e delle analisi interiori. Un primo filone, lo conduce a un percorso formativo interiore teso al superamento della dualità corpo e spirito; e un altro, che lo porta a una considerazione sulle idee legate al percorso personale, andando a interessare aspetti della società del Giappone (muovendo critica sulla modernità e sulla decadente figura imperiale dovuta da una forte crisi di valori). Questi due piani di sviluppo del suo pensiero sono interconnessi tra loro, ed hanno entrambi come obiettivo il singolo individuo inserito in una più vasta società.

Mishima fu profondamente e radicalmente nazionalista, senza legarsi mai a partiti o movimenti politici dell’epoca. Tuttavia pur non interessandosi ad elezioni e comizi, aveva a cuore le sorti della sua nazione. Era fermamente convinto che il degrado spirituale che aveva investito il Giappone nel dopoguerra fosse dovuto al fatto che la nazione, assieme alla figura dell’ imperatore, non fossero più per i giapponesi i punti di riferimento a cui ancorare la propria esistenza. Di fatto, la “dichiarazione di umanità” imposta dagli americani, alla fine della seconda guerra mondiale, aveva portato alla cessazione del concetto di “imperatore” e di tutta la cornice che attorno ad esso stava (corte, gerarchia, regalità).

Proprio per cercare di ripristinare l’autorità imperiale e risollevare lo spirito fiaccato di una nazione in ginocchio, nel 1968 Mishima fonda l’associazione degli scudi, il TATENOKAI. Tutto ciò che fu direttamente legato a questo singolare corpo paramilitare, era stato pensato nei minimi dettagli dal suo fondatore. Il tatenokai fu fondato sostanzialmente per creare un nuovo modello ideale con cui ascendere verso la tradizione imperiale, in questo senso cercava di spingere ogni uomo verso un cambiamento spirituale: al contrario della democrazia che appiattisce l’uomo schiacciandolo implacabilmente a terra, annullandolo. L’associazione degli scudi nasce dunque con lo scopo di fare da esempio. Per Mishima il tatenokai avrebbe dovuto rappresentare la rinascita spirituale delle forze armate giapponesi, al fine di ridestare i valori tradizionali sopiti nei soldati giapponesi. Questo fu il tatenokai: il tentativo di ricostruire un modello di rinascita nazionale. Per questo motivo, del resto, Mishima aveva deciso che per la sua associazione non vi dovessero essere più di 100 membri effettivi: vi era bisogno di un’élite, una comunità di uomini capaci di essere da esempio. Puntando in un certo senso a una “qualità” e non a una “quantità”.

Da drammaturgo e scrittore, Mishima divenne così non solo un venerato intellettuale, ma avendo appreso l’arte della guerra, incarnò egli stesso un nuovo modello di uomo, spinto da un’idea e mosso dalla propria azione.

Nella caserma di Tokyo, la mattina del 25 novembre 1970, giunse il momento per Yukio Mishima di dimostrare al mondo intero che di fronte a certi valori, nulla aveva più importanza. Dopo aver tenuto un lungo discorso pubblico e dopo aver rivolto un ultimo saluto all’imperatore, si tolse la vita secondo l’antico rituale samurai, il seppuku. Mishima pose un termine prematuro ai suoi giorni in nome e per conto di un paese che più non riconosceva, di un Giappone ideale scomparso.

Questo eroe-poeta, per noi ricopre un esempio di come sia possibile una formazione della propria anima e del proprio corpo tramite l’amore verso un’idea e un’azione a essa legata….

Spirito e materia fusi per divenire un’arma. Così come l’azione stessa non avrebbe alcuna forza e alcuna resistenza senza una disciplina spirituale.

 

BIBLIOGRAFIA

• Christopher Ross, La spada di Mishima

• Goglio Federico, Yukio Mishima e le fusoliere d’ acciaio

• Yiukio Mishima, Sole e Acciaio

•Yiukio Mishima, Confessioni di una maschera

Lectura Dantis – Alighieri tra presente, passato e futuro

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Si è svolta martedì 6 maggio presso l’Università degli Studi di Milano la conferenza “Lectura Dantis: Dante Alighieri tra presente, passato e futuro”organizzata dai ragazzi del Fronte Universitario. A fare gli onori di casa Stefano Pavesi (in rappresentanza del Gruppo Alpha) ed Emilio Cornelio (in rappresentanza di Azione Universitaria), i quali hanno sottolineato l’importanza della figura di Dante Alighieri nel solco della Tradizione italiana ed europea.
Le giovani studentesse di studi umanistici Chiara Telmon e Chiara Macchi hanno invece tracciato un quadro storico e filosofico della vita e dell’opera di Dante.

“Foibe: io non scordo”

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Venerdì 21 febbraio si è tenuto, presso l’Università degli Studi di Milano, un convegno in ricordo dei martiri della foibe e del tragico esodo degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia.
L’iniziativa – promossa da Gruppo Alpha e da Azione Universitaria – ha voluto ribadire come anche nel nostro Ateneo debbano essere ricordate nella piena affermazione della verità storica i tragici eventi che colpirono il confine orientale dal 1943 al dopoguerra: la pulizia etnica compiuta contro la popolazione italiana da parte dei partigiani comunisti del Maresciallo Tito, la vile cessione di quelle  terre alla Jugoslavia, il tragico esodo forzato della popolazione italiana in fuga dalla persecuzione.

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